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RETROAZIONE è un progetto multimediale del collettivo di Torino Superbudda, sostenuto da Compagnia di San Paolo nell’ambito del bando ‘Ora!’, con la curatela di Olga Gambari.

Quando la ricchezza e la varietà vanno oltre la misura e diventano sovrabbondanza ed eccesso, accade che la meraviglia, la bellezza e il piacere si trasformino in abitudine, noia, abuso. In totale inconsapevolezza.
È il destino delle immagini nella nostra società. Il loro cammino dalla fine dell’Ottocento è stato fino a un certo punto una strada luminosa, esplosiva, magica.
L’immagine si è fatta fotografia e poi cinema, è diventata digitale, virtuale, virale. Democratica e globale grazie al facile accesso tecnico ed economico e alla rete come dimensione di diffusione. La società è diventata immagine stessa, mettendo in secondo piano il logos, fatto di parola e pensiero.
L’immagine è l’immagine del nostro tempo: una rapida, ininterrotta ed effimera narrazione iconica che s/corre orizzontale senza porsi il problema della direzione e dell’orizzonte. Speculare al senso del tempo stesso, così come al senso delle persone, della vita, dei fatti.
Se nella modernità Baudelaire individuava la coesistenza del transitorio e dell’effimero con l’eterno e l’immutabile, nel contemporaneo vige lo stato di eterno presente, senza passato né futuro.

È folgorante la testimonianza del fotografo Nadar che alla fine dell’Ottocento nel suo negozio di Parigi osservava incuriosito i clienti che venivano a ritirare i loro ritratti fotografici. Spesso non si riconoscevano in quelle immagini che presentavano volti diversi dai soliti che vedevano negli specchi e che pensavano di avere. Allora si credeva ancora nell’oggettività del mezzo fotografico, nella sua riproduzione meccanica del reale. Quando si capì che la fotografia ripro-riduceva la realtà se ne individuò anche la natura soggettiva e ambigua, meravigliosa in quanto potenziale artistico e creativo illimitato. La riflessione di Walter Benjamin sull’opera d’arte nell’era della sua riproducibilità tecnica coinvolge quindi anche il mondo reale.
Perché la sua riproducibilità passa dalla sua trasformazione in immagini, in spettacolo, come pensava Guy Debord. Uno spettacolo che consiste nel rapporto sociale fra individui mediato dalle immagini. Uno spettacolo fatto passare come reale e che di fatto diventa la realtà, con un distacco completo delle immagini dalla vita e dal mondo.

Eppure, proprio per questa loro trasformazione in strumenti totalitari e totalizzanti di manipolazione e controllo, le immagini sono le principali vittime della nostra società. Ancora più del già subordinato logos.
Parole e immagini sono state private della loro intima natura, del loro significato, del loro potenziale. Via via compromesse, sbiadite, svuotate, fino a perderle.
Togliere consapevolezza e capacità di immagine e di parola alle persone è come lobotomitizzarne non solo la testa ma anche lo spirito.
Secondo John Berger noi siamo stati traditi da una società che ha confuso, contaminato fino a smarrire il significato puro e lucido di ogni singola parola, la loro precisione descrittiva chirurgica, e con esso il loro profondo valore comunicativo: le parole non sono più in grado di raccontare e nominare esattamente il mondo, e quindi di condividerlo. Noi non possediamo più il linguaggio, al di là di quello limitato, generico e impreciso usato dalla società massmediatica e dal pensiero unico. È accaduto lo stesso con le immagini.

Il progetto Retroazione mette al centro le immagini come entità dal potenziale immanente, germinativo e sensoriale. Restituisce loro corpo e suono portando l’attenzione sul valore geologico e immaginifico di ogni singola immagine, dalla sua manifestazione estetica e dal suo significato simbolico fino all’influenza e all’azione capace di esercitare.
Le immagini, come le parole, non sono neutre, creano reazioni. Hanno delle origini, sviluppano percorsi. E richiedono responsabilità individuale e collettiva. Soprattutto in una società che vive in un immaginario virtuale osmotico e condiviso istante dopo istante, al di là di distanze spazio-temporali e dal concetto di spazio privato e pubblico.

Nel basement della Fondazione Merz sei grandi schermi e sei diffusori audio generano un magma sonoro e visivo in continua evoluzione e mai uguale a se stesso. Un’installazione immersiva dove immagine e suono dialogano con il pubblico in maniera visionaria e coinvolgente, animata in tempo reale dai materiali multimediali forniti dai fruitori dell’installazione stessa tramite i propri dispositivi elettronici e processati da una rielaborazione digitale.

L’installazione si basa sull’idea di condivisione propria dell’era digitale, i cui strumenti consentono nuove forme e modalità di spartizione di idee, prospettive e contenuti. Un raccoglitore e insieme una vetrina dei materiali ricevuti dal pubblico (filmati in formato verticale standard utilizzato per le dirette Facebook e Instagram), raccolti via internet su un portale appositamente realizzato, che vengono trasformati a livello di immagine da un processo di elaborazione secondo un algoritmo basato sulle leggi che regolano il comportamento dei fluidi in moto in grado di generare una miscelazione dei contenuti. A livello sonoro, invece, l’elaborazione avviene tramite un sistema di tracciamento della quantità del movimento presente nei filmati.

La partitura creata in origine per questo software dagli autori, che provengono dal territorio della composizione musicale e sonora tra musica classica, jazz ed elettronica, viene reiterata in loop generando una composizione sempre differente a livello timbrico e dinamico -in quanto alimentata dagli svariati contributi del pubblico- che diventa parte attiva del processo creativo.

Il progetto si sviluppa seguendo l’idea dell’opera totale e condivisa, concetto wagneriano che si declina perfettamente con la natura molteplice della società contemporanea e con una tecnologia che informa sia la ricerca sia la pratica artistica in forma di sperimentazione continua e di natura aperta e in divenire dell’opera. Il rapporto che s’instaura tra immagini e suono diventa inestricabile, un rimando continuo di riflessi, in cui arte visiva e musica assurgono una nuova forza generatrice di energia e immaginari sinestetici all’interno di una pura astrazione. Risvegliare la sensibilità e l’anima delle persone offrendo loro la possibilità di una completa libertà creativa che vada oltre alla realtà. Un lavoro sulle qualità spirituali delle immagini e non solo estetiche e fenomenologiche.
Riflessioni e pratiche che riprendono e incarnano nel contemporaneo gli ideali di quelle avanguardie novecentesche che cercarono di fondare un nuovo sentire e un nuovo spirito, animando paesaggi sonori visuali nella direzione dell’astrattismo totale.
Kupka, Delaunay, Klee ma soprattutto Kandinskij, che nelle sue molte Composizioni realizzava sinfonie pittoriche per far sentire, e non solo vedere, i suoi dipinti. A lui l’omaggio nel sottotitolo del progetto.

La sera dell’11 settembre una performance trasformerà la piazza della Fondazione in una grande installazione live dove i musicisti di Superbudda dialogheranno con gli interventi di alcuni artisti coinvolti per l’occasione: MASBEDO (Nicolò Massazza, Milano 1973, Iacopo Bedogni, Sarzana 1970), Alessandro Sciaraffa (Torino 1976), Daniele Puppi (Pordenone 1970). Il materiale video proiettato sarà il risultato del medesimo processing A/V di Retroazione applicato al materiale fornito dagli artisti “ospiti”.

Gabriele Ottino
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Davide Tomat
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Matteo Marson
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Gup Alcaro
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Claudio Tortorici
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Marco “Benz” Gentile
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Mario Conte
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Ivan Bert
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Olga Gambari
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Marco Casolati
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Francesco Serasso
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Serena Mazzini
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Giorgia Mortara
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Emanuela Meduri
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